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Sulle Regole

Molto tempo fa sono state stilate alcune regole a cui i ricercatori dovevano ottemperare. Poi tali regole sono diventate “quasi” un obbligo, il metodo opportuno era l’obiettivo. Le regole, tuttavia, sono soggette a essere “sregolate”. Devono essere sregolate perché, se fossero rigide, implicherebbero un calcolo rigido nel percorso di chi fa ricerca. Non si può fare un calcolo rigido di “obblighi” nel percorso di chi fa ricerca perché si perderebbe la libertà di scelta, che è invece una delle regole fondamentali.
Quindi, non si possono stabilire regole rigide perché si dovrebbe essere in grado di sapere come andranno a finire i ricercatori, per il dovere di camminare. Ma è libertà il non sapere, altrimenti ci sarebbe una costrizione nel percorso.
Le parole che si ripetono sono i diversi sviluppi, i vari modi in cui si procede liberamente e si individua la propria regola. Bisogna individuare la propria regola, non perché la si costruisce ma perché la si vive. Non è bene costruire una regola che poi forzi il ricercatore a seguirla. Questo è uno dei fondamenti dell’errore quando si scrive con “parole utili”: “questa è la regola, devi fare in questo modo…” Non funziona così, non va bene.

Le regole, per la giustizia della libertà e del percorso, le trovi dentro. Solo che gli esseri sono così disattenti da non riuscire a separare il dettato interiore da quello esteriore. Perché molti stanno male? Perché hanno messo insieme, in uno stato commisto, le regole imposte da fuori e ciò che sentivano dentro. Questo è grave.
Chi vive profondamente la ricerca interiore – qualunque sia la sua risposta agli eventi – lo farà con ogni sfumatura del suo modo di essere. Tutti abbiamo, comunque, queste indefinibili sfumature, quindi non si possono dare regole senza considerare un delta “da-a”.

In Giappone, alla fine del VII secolo d.C., 47 Ronin (1) decisero di fare seppuku (2). per aver trasgredito a un ordine dello Shogun (3), vendicando la morte del loro Daimyo (4). Ma non vuol dire che tutti debbano fare la stessa cosa. Quella era una regola d’onore relativa a una certa epoca e a un certo ambiente… Le regole del passato non sono adeguate al presente, al nostro modo di vedere le cose. Come si fa a spiegare una realtà che appartiene a un contesto temporale e geografico del tutto differente?
Quei 47 Ronin erano inquadrati in una regola esteriore. Cercate di distinguere ciò che sentite interiormente dalle regole esteriori, potrebbero essere le stesse che erano state date a Pomponio de Algerio, e lui non ha osservato. Pomponio non poteva sottostare a quelle regole perché è difficile far sottostare un Angelo a regole diaboliche. Fu bruciato vivo in una caldaia contenente olio bollente, pece e trementina dall’Inquisizione della Chiesa cattolica. Sapete perché venne martirizzato in quel modo? Perché li aveva colpiti dove faceva male (5). Da ciò deriva la crudeltà di una pena che mostra la vera natura di chi l’ha inflitta: solo una mente demoniaca può essere tanto perversa e sadica da studiare come prolungare al massimo un’agonia.

Le persone, spesso e volentieri, sottostanno inconsapevolmente a regole che gli vengono date dall’esterno, anche se non le accettano. Si tormentano e non si rendono conto che, con quelle regole, vorrebbero farli diventare come Pomponio de Algerio. Poi, appena raggiungono una certa età, decidono che non gli piacciono, anzi, gli piace fare esattamente il contrario. Molti hanno combattuto dentro di sé una lotta “intestina” perché da una parte c’era una regola stabilita dall’esterno e dall’altra la natura, che è così gioiosa…! Spesso si vive a proprio danno qualcosa che non ci appartiene, invece di vivere serenamente se stessi senza alcun danno. D’altronde, Pomponio insegna il “grave danno” derivante dal non seguire le regole dettate.
Le regole non possono essere date senza la possibilità di interpretarle. L’interpretazione è quel delta di differenziazione, variabile da persona a persona, che ci fa dire: “bella questa regola!”. Però il “bella” di un essere e il “bella” di un altro sono due modi diversi di vederla, e danno la possibilità di sfociare in una scelta al suo interno. La regola così concepita non è un dettato, anche se lo sembra. È uno stimolo a individuare in noi un certo principio, che permetta una variazione “da-a”.

Premesso ciò, parliamo delle illusorie regole e del concetto antico di “utilità”, risalente a un tempo in cui le regole non implicavano la libertà della scelta.
Abbiamo detto che le regole devono essere un indirizzo, e contenere tutte le variabili del percorso di chi fa ricerca, ossia di un essere che ha individuato in sé qualcosa che lo accosta a un certo cammino. Un cammino che poi farà con i suoi passi, con il suo modo di vedere. Non è una gara dei 100 metri dove, per arrivare primi, bisogna scendere sotto i 10 secondi, è la libertà del percorso con tutti i delta, le sfumature “da-a” e non conta il tempo.
Dare “Parole” come regole è un gravissimo errore. Credo debbano essere riviste tutte le parole del Metodo Opportuno, una a una, tenendo conto di un delta. Se qualcuno individua in sé un aspetto all’interno di quel delta, sa già che sta ottemperando alla regola.

Creare un sistema fatto di regole porta all’estinzione del sistema stesso perché, con il passare del tempo, le regole non si rispettano più. Le regole sono state fatte per non essere rispettate, (alcune poi devono essere seguite solo dagli altri e non da chi le ha formulate). Allora, cerchiamo di creare un sistema sano, dove la regola sia un’indicazione che permette a chiunque di ritrovarsi all’interno di un delta “da-a”. Non come accadeva anticamente, quando le regole stabilivano il comportamento in maniera rigida, per forza, senza nessuna variabile, senza nessuna scelta. Non lo vedo come un percorso sano. È malsano: ha rinchiuso in recinti degli esseri che potevano vivere serenamente, senza nessun obbligo. E questo non va bene.
Il percorso alla ricerca non restringe le possibilità di scelta, non limita la vita degli esseri, amplia la libertà, non la riduce. Limitare è obbligare gli esseri a un dettato stabilito da altri. Molte cose sono state spiegate male e si è costretti rispiegarle. Tanti, vivendo su un errore, diventano limitazione di se stessi.

Quando ci si avvicina alla vetta il sentiero è più stretto. Allora c’è una regola da seguire, ma non è più quella estetica, esteriore, di chi vuole far vedere agli altri la propria BONTÀ. Verso la vetta la regola diventa così profonda da acquisire gli aspetti del vertice del triangolo rovesciato. Si restringono l’estetica e la materia della montagna. La prospettiva delle linee, determinate dalla sostanza grezza della roccia, sembrano limitare le possibilità di camminare, ma solo nella materia, invece si ampliano verso l’immateriale. Che regola ha un ricercatore che può diventare qualunque realtà nella creazione? Si può presentare in qualsiasi modo e può anche far paura ai malintenzionati, o a chi inventa sistemi di regole per dominare gli esseri.

Purtroppo la storia di molti ricercatori è stata resa una favola, perché mancavano i presupposti reali per comprendere il loro insegnamento. Mancavano il livello e la capacità.
Quando non ci sono i veri insegnamenti, l’umanità li costruisce in base alle sue necessità. E cosa fa? Una materialissima storia con raffigurazioni e rappresentazioni artistiche. Se manca l’Angelo, si va a casa e lo si dipinge. Se manca il diavoletto, si organizzano riti satanici. L’umanità costruisce con figurine, pupazzetti, riti, e via dicendo.

In realtà la regola non vi manca. Perché la perfezione della regola è la perfezione dell’essere così com’è. Questa è la regola. Com’è quell’essere? È chiaro che chi non ha consapevolezza di se stesso non è consapevole della regola cui ottempera. Non ha coscienza di sé e non ha regola.
Qualcuno è completamente “sregolato”, perciò deve cercare un dettato all’interno del quale muoversi.
Il treno cammina sui binari. Se cambia lo scartamento, o cambi treno o deragli. Viaggiamo su un treno che si chiama “universo a quattro sfere”, se non seguiamo le regole delle rotaie, facciamo deragliare il treno del nostro percorso.

Chi legge potrebbe chiedersi perché io racconti certe cose o potrebbe fraintendere ciò che scrivo, dipende da chi è. Immaginate che qualcuno veda una bellissima moneta antica a casa di un amico e la prenda. Un ladro penserà che l’abbia rubata, un bravo ricercatore dirà che l’ha presa per fare un’opera buona. In realtà quel qualcuno aveva preso la moneta perché si era accorto che era falsa. Poi ne aveva portata all’amico una vera, avvertendolo del fatto che la sua non era buona.
Ognuno pensa di un altro solo quello che lui è: se è un ladro penserà che è un ladro, se è disonesto penserà che è disonesto. Il giudizio nasce dalla propria condizione interiore.
Quanti sono stati felici di vedere Pomponio bruciare vivo in olio, pece e trementina? Li considero la somma dei fautori di quel “dramma”. Dramma tra virgolette, in realtà non lo è stato perché la Base lo ha ricondotto a un’identità più sottile. È facile non soffrire, ma deve essere la Base a deciderlo: basta che permetta un’identificazione a livello atomico e non più molecolare. Gli atomi non sentono niente. Se acquisisci dalla Base quell’identità (non dico quella delle stringhe) non senti dolore. Se invece mantieni l’identità dell’essere nel suo insieme, separato, soffri per quanto sei separato e identificato. Non sarebbe giusto, però, cercare di fare il “superuomo” sfuggendo all’identificazione con l’essere. Un superuomo non ci metterebbe niente ad aiutare tutti, ma prevaricherebbe la Legge della Libertà.

Ci sono una serie di parole inutili da approfondire. L’ampliamento del valore (fino a estinguerne il significato) è necessario, perché i tempi cambiano, ed è subentrato il quarto insegnamento. Per me è subentrato, a voi cosa importa? Ognuno legge in base al suo livello. Io vado per la strada, una strada che mi porta prima una cosa, poi un’altra, poi un’altra… ma la regola della strada non va seguita come fosse qualcosa di schematico (il primo anno si fa questo, il secondo quest’altro e così via) nasce all’istante, continuamente. Dato che nasce continuamente e all’istante si deve riuscire ad apprezzarla momento per momento.
Quando gli esseri vacillano, chi guida non può continuare a fare la locomotiva di un treno che non ha. Appena passa un altro treno, a scartamento giusto, lo aggancia. Bisogna avere consapevolezza e decidere. Dipende dagli esseri, che sono liberi e vogliono rimanerlo.
Io continuerò a trattare il valore delle parole contenute nel percorso di libertà. Cercherò quel valore in base al momento e ognuno si identificherà dove meglio crede, c’è uno spettro molto ampio.
Non ci sono regole che dettino cosa voglia dire essere o vivere l’amore. Sarebbe stupido dare alle persone regole o comandamenti sapendo che non vi ottempereranno mai. La libertà non deve essere lesionata, nemmeno minimamente. Finora la parola “libertà” è stata violentata proprio da coloro che teorizzavano il percorso dell’umanità verso l’Assoluto. Violentando la parola “libertà” hanno creato odio e altri orrori. È orribile che le religioni portino gli esseri a odiarsi l’un l’altro, in un’apparente crescita ed evoluzione.
Qualcosa è “oscuro” quando si vuole mantenere all’oscuro… poi c’è il rischio che qualcuno accenda una luce e le cose si illuminino. Allora sono problemi per l’oscurità.
Non ci sono “nemici”, ci sono parti di noi che operano contro noi stessi: cellule tumorali, virus, batteri, malattie… siamo sempre noi.

Tutto procede secondo quanto non è stato stabilito dalla mente o dal pensiero.
Pensate che parli con “la lingua biforcuta”? Scordate che anche una lama può avere due tagli. A volte una lingua “biforcuta” è solo una lama a due tagli.
Se sulle spalle porti solo i tuoi capelli non è un peso tanto grande, ma se vuoi caricare sulle spalle un essere con una gamba rotta, già non ce la fai. Quanti soldati in guerra sono morti cercando di portare un amico ferito fuori da un campo minato? Se il numero degli esseri che vuoi aiutare aumenta, qualche peso sulle spalle te lo devi mettere.

Detto ciò, ecco alcune illusorie regole per procedere nel cammino verso il Metodo Opportuno:

– Cercare l’Armonica Interazione Inconcepibile, solo e unicamente per poter pensare e di conseguenza agire per il bene di Tutti.
– Il bene di tutti è dovuto al superamento di ogni concetto di io, di Sé e degli “Altri”, del Nulla e del mondo fenomenico, oltre ogni dolore e timore, speranze o realizzazioni.
– Comprendere gli esseri nel loro dolore e, quindi, vivere la giusta compassione che è forza ed Energia per il proprio operato.
– Essere costanti nel pensiero e nell’azione che rende capaci di aiutare gli altri.
– Cercare, assimilare, sviluppare tutto ciò che può essere usato per costruire il bene altrui.
– Nutrire dal Profondo che troviamo in noi, e dall’immersione nel mondo fenomenico, le potenzialità che ci permettono di essere utili a tutti.
– Mai mancare di rispetto a tutto ciò che nell’Universo insegna, dal più piccolo elemento o particella, al più Grande dei Maestri che concepiamo LIBERAMENTE.
– Non giudicare nessuno per ciò che crediamo negativo, ogni essere ottempera al proprio livello con il suo apprendimento.
– Ricordare costantemente che la Base è la Perfezione della Legge dell’Assoluto, quindi ciò che accade è perfetto.
– Vedere in modo equanime ogni essere; Il più buono è di esempio e dà insegnamento, il più cattivo serve a conoscere, quindi dà insegnamento: due maestri.
– Conoscere la Via del Bene di Tutti è necessario per insegnarla amorevolmente agli “Altri”.
– Approfondire il Metodo Opportuno, per avere la certezza di insegnare ciò che si conosce perfettamente.
– Non perdere mai l’occasione del bene e astenersi da ciò che si considera male, questo secondo il proprio valore di bene e male.
– Coltivare ogni saggezza consigliata sin dai tempi antichi che sia adeguata e consona al momento in cui si esiste.
– Mettere in pratica ciò che si sente essere il giusto modo di amare, senza guardare gli altri, ognuno ha il Suo GIUSTO.
– Non coinvolgere mai coloro che disprezzano lo Spirito, il profondo dell’essere, l’Assoluto, la Creazione, gli “Altri”.
– Non piegarsi mai.

NOTE:

(1) ^ Nell’antico Giappone, venivano chiamati “ronin” i samurai senza un signore. Da questa vicenda storica sono stati tratti il film di  Kenji Mizoguchi “47 Ronin”, del 1941, e il suo rifacimento del 2013, diretto da Carl Rinsch.
(2) ^ Il Seppuku ((切腹) è una pratica di suicidio rituale che avviene per sventramento mediante l’uso di una spada corta chiamata Wakizashi. L’Harakiri (腹切り, “taglio del ventre”), come viene spesso chiamato il Seppuku al di fuori del Giappone, ne rappresenta il momento finale. La pratica è parte integrante del bushido, il codice dei Samurai, ed è considerata il più alto degli onori da concedere a un nemico sconfitto o a un condannato a morte. Inizialmente esclusiva dei nobili, in seguito si diffuse a tutte le classi sociali come mezzo per recuperare il proprio onore dopo un fallimento o una grave inadempienza (come ad esempio, aver disonorato il proprio maestro). Il primo caso documentato risale al 1180 d.C. quando, durante gli scontri tra le armate Minamoto e i Taira, lo sconfitto Minamoto No Yorimasa (源 頼政) decise di togliersi la vita in questo modo. Uno degli ultimi è stato quello dello scrittore Yukio Mishima nel 1970.
(3) ^ Supremo comandante militare.
(4) ^ Il signore feudale a cui i samurai giuravano obbedienza.
(5) ^Tra l’altro affermava che la Chiesa romana non fosse la chiesa universale, ma una chiesa particolare e, in quanto tale, potesse “in più cose deviare dal vero”. Inoltre sosteneva che l’unico capo della Chiesa era Cristo, negando l’autorità del papa.