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Sull’Azione Non Azione

Nello scritto “Sulla Giusta Compassione” abbiamo detto: “L’azione coinvolge un gran numero di elementi, di particelle, mentre il pensiero ne coinvolge un numero inferiore”.
Quando si effettua un pensiero, lo si mette in relazione con tutto il proprio sapere. Non solo si attiva una parte del Sistema Nervoso Centrale, ma la si connette con diversi aspetti della nostra mente e delle nostre esperienze, quindi, si coinvolgono altre aree del cervello. Se poi a tale pensiero si aggiunge l’azione c’è, all’incirca, la stessa correlazione di tutto il pensare, sperimentare e vivere; in più c’è la necessità di intuire i passi da fare (collegati alle esperienze passate) e di gestire l’attività motoria.
Dal solo pensiero all’azione, pertanto, aumentano le interazioni tra i neuroni e anche le proiezioni su come andrà. Di conseguenza migliora l’uso “dell’attrezzo” mentale che abbiamo.
Poi ci sono i soggetti che agiscono “automaticamente”: hanno creato delle autostrade, delle corsie preferenziali all’interno dei propri collegamenti neuronali, così si muovono in automatico, addirittura senza usare il pensiero.

La cosiddetta “azione non azione” non è solo un’interazione interna dell’essere, organizzata da una funzionalità del cervello e della mente (come quella che abbiamo prodotto adesso con queste due parole), ma anche una interazione universale. Pertanto nella mente del soggetto che sperimenta tale interazione, il pensiero di separazione viene ad annullarsi e subentra la mente universale… l’intelletto universale.
Viene chiamata “azione non azione” perché non è l’azione di un soggetto, ma una relazione complessa legata all’intero universo. È un processo universale: la mente universale, il sapere, la Talità, il Dharma… ciò che agisce è l’entanglement e non il soggetto separato, sottoposto a uno sforzo incredibile per pensare e “raggranellare” i pezzi del suo sapere.
Cosa succede quando pensiamo? Raggranelliamo il nostro sapere e lo gestiamo per produrre un pensiero; poi mettiamo insieme la nostra capacità di operare, intuire e agire per arrivare a qualcosa di molto più complesso, dove non è in gioco solo il pensiero con le sue variabili non operative, non reali, ma a volte, per degli attimi, si può essere sottoposti a un entanglement sconosciuto. Dunque si agisce, in parte per il pensiero effettuato precedentemente, in parte per le esperienze fatte e in parte anche per entanglement. Si giunge così a un’azione che sembra sempre confortata da un pensiero precedente, da una volontà precedente o da una direzione ormai presa, ma in realtà non lo è; si può giungere a un momento in cui avviene comunque l’entanglement, in base a una vastità che dipende dall’essere, ma di cui quest’ultimo può anche non essere consapevole.

C’è differenza tra l'”azione non azione” e l'”azione spontanea”. L’azione spontanea può avere un valore limitato alla natura, anche non illuminata, del soggetto. Qualsiasi essere, per quanto primitivo, può compiere un gesto spontaneo. L’azione non azione non è soltanto l’azione spontanea, non si limita a questo aggettivo. Un primitivo è spontaneamente primitivo e attua ciò che lui stesso è; nell'”azione non azione” il verbo “agire” perde il soggetto e diviene universale.
Nel primitivo l’azione spontanea può essere dovuta a un’eccessiva limitazione della capacità di pensare, di ragionare. Tutti possono muoversi spontaneamente, ma l’azione non azione, che sembra spontanea, è interamente collegata all’universo. L’entanglement agisce a sprazzi, a mano a mano che ti ci abitui.
Non si possono fare calcoli a parole di quando e come avvenga l’entanglement, sarebbe semplificare eccessivamente, sarebbe assurdo. Ce ne si accorge con il tempo, quando ci si ritrova a dire: “volevo comportarmi in un modo… mi sono comportato in un altro ed è andata benissimo”. È stato fatto ciò che ha dettato l’interazione universale. Evidentemente, nel proprio percorso, nel proprio destino, non si dovevano sopportare sopportare le spese di quel genere di passo errato per l’Apprendimento, perché erano eccessive. Di conseguenza si è fatto ciò che non si sarebbe mai pensato di fare, si è agito come non si sarebbe mai agito e si è compiuto quanto era necessario per la Talità, Così Com’È. Doveva essere così! Non è detto che si tratti per forza di qualcosa di rilevante per il sistema, può anche trattarsi di una motivazione interiore che deve essere confortata da ciò che accade. Infatti, a volte per il “sistema essere” è rilevante qualcosa che appare “grande” e importante, ma bisogna considerare quanto quell’evento sia “grande” dentro di lui. Se in un mondo venissero realizzate opere colossali, come piramidi, muraglie, e immense costruzioni, senza che nessuno facesse un passo verso l’Assoluto, quel mondo, una volta scomparso, non avrebbe prodotto assolutamente niente. Basta che un essere faccia un passo (di coscienza) verso l’Assoluto per realizzare qualcosa di veramente rilevante.

A volte le persone sanno di più rispetto a come si comportano. Magari bastasse capire per vivere la Calma Dimorante!
Quando dici di “aver capito”, hai messo in relazione tutto il capire con tutto il sapere?
Quando si capisce una cosa si aggiungono in sé “n” interazioni. Quell’“n” è collegato con tutto l’alfabeto che è in noi, con tutte le parole, con la nostra natura, con il nostro attuale percorso personale, con quello precedente…? Quella quantità “n” aggiunta “di comprensione”, poi, permette o non permette “l’agire”. Non implica necessariamente la corrispondenza, l’equilibrio tra ciò che abbiamo capito e ciò che viviamo, che siamo e che facciamo. Infatti, se quel “capire” non è correlato all’interno di tutto il sistema, non fa agire il soggetto, io, mente, sé, Grande Sé. Se questa relazione complessa, articolata e complessiva, non è così completa da permettere la totale comprensione (quella che ci fa dire: “questo lo so. Così mi comporto”, “questo ho compreso, questo so”) manca di elementi per essere chiara all’intelletto.

Dove c’è il massimo del restringimento dell’identità, quando lo spazio tra “essere” e “agire” non permette nemmeno di scrivere le due cose, sei costretto, stando sulla vetta, a scriverle sovrapposte. E da quel punto, quando finisce la montagna, non rimane che il cielo, dove non puoi scrivere niente. Sovrapponi quello che è, essere e agire. Non preoccuparti, apprendi, aggiungi una cosa e poi un’altra finché arriverà il momento che fra quello che pensi e quello che fai non ci sarà differenza, saranno sovrapposti.
Il problema è quando pensi una cosa, attui quello che vuoi fare, ti comporti di conseguenza e il resto del mondo ti ignora. Non hai riscontri, per lo meno non a livello cosciente, consapevole. In realtà i riscontri ci sono sempre, ma a volte si vedono e altre volte no.
“Riscontro” non vuol dire fare la cosa giusta perché si è pensata la cosa giusta, se ne è coscienti e si agisce. Molte volte si agisce ma non si ha un riscontro, Reale e cosciente. Ci vuole un livello di coscienza che, apparentemente, toglie la libertà, perché si fa la cosa giusta, con il pensiero giusto e si ha il giusto risultato. Sembrerebbe una schiavitù, un obbligo: “ho pensato, sono stato cosciente della cosa giusta, ho fatto la cosa giusta, e la risposta è stata giusta”, (ORRORE!) che piatto equilibrio di parole! E I FATTI!?

A prescindere da ciò che accade fuori la quiete è dentro, ma anche se la sentiamo a volte non ci comportiamo di conseguenza. Quando arriva l’onda l’accompagniamo con il timone, appena la scavalchiamo ne arriva un’altra dietro. La lunghezza dell’onda è un problema a seconda delle dimensioni della barca. Quale barca stiamo portando, di quanti metri? La giusta guida è completamente tranquilla e non si cura dell’onda. Se si è su un transatlantico possono arrivare onde anche altissime.
L’equilibrio non è sempre dato da come sono “messi” gli eventi, ma anche dal tipo di barca, cioè chi sei, di che “stazza” interiore parliamo.
Tutte parole per un Tipo di Azione! Mah!