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Sul Punto di Quiete o Equilibrio

Cercare il Punto di Quiete dove c’è la luce è inutile, bisogna andare a cercare oltre… non solo dove è il buio. Bisogna cercare dove non ci sono parole, dove non c’è luce e dove non vale nemmeno il concetto opposto, quello di tenebre. L’opposto della luce non sono le tenebre, perché la nozione di “tenebre” è nella dualità. Gli opposti servono al gioco della libertà del punto centrale, che è in Quiete.
Non si può pesare qualcosa usando solo uno dei due piatti di una bilancia, ma non ci si riesce nemmeno usandoli tutti e due se manca il punto centrale di equilibrio (di quiete). In quel punto si appoggia l’ago, che al centro indica lo zero e nei due versi laterali segna valori numerici diversi da zero. Ogni bilancia al centro ha lo zero e alle estremità i due piatti, e misura il peso solo partendo dall’equilibrio e dallo zero.

Le parole sono favole, illusioni, interpretazioni. Anche io dico tante parole, a volte ironiche, a volte scherzose, a volte crudeli… a volte aiuto qualcuno a errare, altre volte, raramente, a fare la cosa giusta. L’apprendimento non sempre arriva quando va tutto bene, arriva anche quando tutto va male. Quello è l’apprendimento migliore, il più profondo. Se si cerca il Punto di Quiete quando va tutto bene, la bilancia è “sbilanciata”. Senza il movimento dei due piatti verso l’alto e verso il basso, non si cercherebbe la zona centrale.

La stadera (vedi figura) è una bilancia di origine romana costituita da una leva a bracci diseguali e da un fulcro fisso. Il braccio più lungo è graduato e vi scorre un peso (il “romano”); su quello più corto, invece, può essere appeso un piatto o un gancio recante l’oggetto da pesare. Facendo scorrere il peso lungo il braccio si raggiunge una posizione di equilibrio nella quale il braccio graduato si porta in posizione orizzontale. La stadera sembra sbilanciata, ma in realtà non lo è. L’apparente squilibrio dei bracci serve a creare un equilibrio tra i pesi.
Questo tipo di bilancia funziona con il principio della leva. Le leve vengono effettuate in vari modi… dopo la saggezza. Chi ha acquisito un po’ di saggezza comprende quasi tutti gli insegnamenti del passato, del percorso che l’ha portato a capire il gioco in cui siamo inseriti.
La stadera rivela una cosa importante: il gancio a cui si appende il carico da pesare (che normalmente tende il braccio che lo tiene) è decentrato tra il piatto e la leva, quindi non rispetta (apparentemente) le regole dell’equilibrio. Tuttavia, proprio questo apparente squilibrio genera l’equilibrio. La comprensione viene da più pesature.

Con una bilancia normale, si pesano “bene e male” in un gioco stupido e superficiale, che porta comunque a una zona centrale dove si trova lo zero.
Nella stadera non c’è lo zero: sul piatto non c’è scritto niente, perché è dove viene posto il peso degli eventi della vita; i due “denti” che vanno a combaciare, non segnano lo zero. Sulla leva ci sono una serie di tacchette che indicano i chilogrammi, ma in realtà sono i centimetri a determinare la misura.
Se si tiene la stadera per il gancio, il peso si sente tutto (quello della stadera e quello del carico). Sempre e comunque, quindi, ci spettano: il fardello delle cose della vita; la nostra personale comprensione; la leva che usiamo per comprendere; l’equilibrio, che non è “nessun segno”, ma è due denti che si affacciano e un carico che si sostiene con un’unica mano. Un carico che è tutto l’insieme: il braccio, il peso, il piatto e la leva.
La comprensione del Metodo Opportuno è questa. Il peso lo si sostiene sempre tutto, ciò che si misura è nella vita degli esseri; le leve che si usano sono quelle, sono sempre quelle che portano all’equilibrio; il punto in cui ci si aggancia è sempre, apparentemente, decentrato rispetto alla leva e al piatto. È da considerare il reale centro, ma non è al centro.
Gli eventi della vita non sono solo il peso. Se ci si concentra solo sul peso non si capisce il meccanismo. Il meccanismo è il Metodo Opportuno, che non è nelle parole. Si intuisce qualcosa e poi, nel raccontarla, si usano delle parole.
Ogni essere porta il peso della propria esistenza e non sa di avere in mano il gancio. Non sa quale leva stia usando né quale misura stia segnando; non conosce il peso reale, non sa niente. L’unica cosa certa è che, quando si tiene il gancio della bilancia, tutto il carico è là. Tutto: il peso del braccio della leva, l’equilibrio che andiamo cercando, il “romano”, il piatto della bilancia, le zavorre che portiamo con la nostra vita…
Voi sentite solo il carico e di quello vi preoccupate. Apprendete il meccanismo. Purtroppo non è dove è la luce. È dove, completamente al buio, non lo vedete. Non lo capite. È difficile. È così. Comprendete?

La saggezza che conosce tutto senza impedimenti è l’equilibrio della forza nel gancio: non le interessa il carico, non fa proporzioni sul piatto, non si preoccupa del “romano” né della leva. Non le interessa. Sa di avere il gancio in mano e si disinteressa di tutto. Perché? Perché il gancio che ha in mano è il punto di equilibrio.
Se non c’è chi tiene il gancio, è impossibile pesare, cade tutto: la bilancia e il metodo opportuno, i 2 denti, l’equilibrio fra il bene e il male, le mancate misurazioni, le attenzioni distorte, il non comprendere che l’equilibrio è complesso… però è così semplice.
Con cosa si tiene il gancio? E il peso? Non ha importanza. Che cosa si mette sulla bilancia? Non importa. Ci possiamo mettere tutte le cose più belle, ma anche tutte quelle più brutte: il cibo prima di mangiarlo e dopo averlo mangiato (quello che si elimina).
L’umanità considera “bello” ciò che si mangia e “brutto” ciò che va eliminato. Tutto ciò che passa per l’uomo diviene scoria, ma per il contadino è concime.
L’equilibrio è ciò che abbiamo in mano, occorre rendersene conto. Se cerchiamo al buio non troviamo la chiave, se cerchiamo alla luce non è lì.
Il creato nasconde la Creazione, quando ci sono le tenebre la Creazione non c’è; quando c’è la luce, c’è la Creazione. Nella luce cerchiamo da dove proveniamo e pensiamo alle tenebre, perché prima della Creazione non c’era la luce.

Tutto questo è l’equilibrio che cerchiamo ed è nel “punto di equilibrio” che abbiamo in mano. Chi vuole misurarlo si deve impegnare. Tuttavia, pesare un gatto vivo è difficile, perché si muove sulla bilancia, è più facile pesare la testa di un gatto morto.
Qual è il valore della testa del gatto morto di Chao Chou detto Joshu? È la capacità di considerare tale valore, non il valore di per sé.
La testa di un gatto morto vale zero per chiunque, perché non è la propria! Per il gatto? Tutta la sua esistenza. Quanto vale l’esistenza per il gatto? Quanto è consapevole di se stesso e del suo valore. Quindi, ogni esistenza ha un valore infinitesimale, che è lo stesso di zero… o quasi.
La parola “quasi” il gatto non la capisce, la parola “quasi” voi la capite. Dunque il vostro valore è nessun valore, come quello del gatto. Il gatto non lo capisce? E voi lo capite? Che valore c’è nell’illusorio? Infinitesimale. Apprendiamo così. “Apprendiamoci” così, siamo coscienza.
Quello che cerchiamo (lo dice la parola stessa) viene erroneamente ritenuto “mancante”. Si “cerca” qualcosa che “manca”, nessuno si mette a cercare la maglietta o le scarpe che indossa. Purtroppo, i termini che usiamo vengono considerati all’interno di un recinto in cui ci sono altri vocaboli. A volte penso che tutte le parole assumano l’aspetto dell’errore nel momento stesso in cui sono pronunciate.

Voi non “cercate”, ma in quanto ricercatori “ri-cercate”. Ricercate qualche cosa che avete già cercato. Finché siete nel mondo fenomenico, la ricercate sempre. Prima o poi vi risvegliate e trovate quello che già eravate.
Tutti si risvegliano, ognuno a tempo debito e ognuno al proprio livello; anche io mi devo risvegliare. Se ci si deve risvegliare del tutto è un conto, parzialmente è un altro, se si deve essere sopiti è un altro ancora… Si deve sempre giocare, scherzare e ironizzare su tutto, tanto il punto di equilibrio non si altera mai, è lì e lì rimane.
Dove c’è il caos si insegnano le regole, dove ci sono le regole si insegna il caos (1). Del Tao ne riparleremo fra un milione d’anni o tra un attimo, è ancora presto o è tardi. Così approfondite il tema, magari sarete in un altro mondo, in un altro universo, tanto prima o poi gli attimi passano.
Leggevo, tempo fa, un articolo che spiegava la causa della morte di alcuni di loro. Animali giganteschi, con vertebre lunghe più di due metri, estinti per dei semplici batteri che hanno corroso le loro mascelle impedendogli di procurarsi il cibo. Scomparsi… milioni di anni… come niente.

Non ci sono disastri migliori o peggiori. Un disastro è un disastro e basta. Si continua a organizzare odio, e l’odio si combatte con l’odio. Auguri e figli d’odio! Belle strade… e voi state cercando il gancio della stadera.
Vincerà la ricerca del punto di equilibrio o gli “ammassi” d’odio lanciati gli uni contro gli altri? Qual è la gara? Chi sono i contendenti? Chi vincerà questa battaglia ridicola di un po’ di formiche contro altre formiche che sono sullo stesso punto? Chi si preoccupa? Quale dramma vi attende? Quale futura barzelletta? Più barzelletta di così… una follia più stupida non è possibile, non si riesce a capire… Si sta arrivando alla pienezza della stoltezza umana, organizzata da poteri secolari.
C’è un livello di coscienza che non viene rispettato dal comportamento. L’imbroglio è questo. È come se il mondo dovesse andare peggio per potersi permettere di fare le cose più tranquillamente.
Mi dispiace solo che, benché ci siano persone con un dignitoso livello di coscienza che stanno imparando a capire, siamo immersi in un mondo che ha preso una brutta piega. Il potere di pochi aumenterà, l’odio fra religioni crescerà, e ne approfitteranno i veri gestori dell’economia.
Che stolti! Pensano “all’orticello di Dio”. Dio ha un campo infinito. Noi non siamo nemmeno una zolla in quel campo, ma soltanto una molecola di terra. E stiamo lì a decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, quale sia il Dio vero… o quello giusto… La teoria del “Dio vuole…” spiegata da un essere a un altro essere! Un infinitesimo puntino su un infinitesimo puntino, in un universo che è un infinitesimo puntino, dice “Dio vuole!”. La stupidità è così grande che fa solamente ridere.

Voi siete alla ricerca del punto di equilibrio mentre altri si trovano sul “piatto” a darsele di santa ragione, a litigare, a uccidersi, a difendere ognuno il proprio Dio… È un gioco “divertente”. Cercate il vostro punto di equilibrio, poi capirete che è un gioco. Siamo “microbi” sul piatto di una bilancia, che saltano cercando di squilibrare ciò che è impossibile squilibrare. Dio tiene tutto in equilibrio… quale squilibrio!
Ogni animale si nutre di altri animali, i microbi coprofaghi si nutrono delle feci. Su questo “piatto” il peso non cambia perché quando un microbo defeca, ce n’è un altro che ne mangia le feci e così via. Si uccidono l’un l’altro su questo “piatto”, che è l’intero sistema, e il peso non cambia. Le azioni degli esseri non cambiano il peso. Nessun evento crea disarmonia, nemmeno la morte. Certo, quando qualcuno si toglie volontariamente la vita è veramente triste: un essere che non sa affrontare i meravigliosi tormenti e dolori dell’esistenza. Se vi sono stati dati, affrontateli, sono vostri. Reagite. Se reagite come il microbo sul piatto di una bilancia vi fate male, se state lì a valutare pesi e contropesi vi stancate, perché avete il gancio in mano. Fatevi furbi, trovate il punto di equilibrio… prima lo individuerete e prima saprete, misurerete le cose, le pagherete e manterrete il punto di equilibrio che avete trovato.

La forza è nel punto centrale di quiete. Trovate il punto della quiete “domiciliata” dentro di voi, nell’ANIMA, poi tutto il resto sarà una bazzecola. Diventerà tutto divertente. La Calma Dimorante è già lì, in voi, nel punto di quiete. Non è da nessun’altra parte
La calma è “dimorante”, poi diventa “dominante” perché “domina” tutto il resto: il pensiero, la vita, l’esistere, l’essere, il non-essere. Domina tutto il resto del sistema del caos. Domus – Dimora – Dimorante – la Casa, perché siete voi la casa di quel punto. Perché la calma giunga a essere dominante, bisogna camminare dentro. Intanto dimorate, poi rendetela dominante, e poi vacillate… è giusto.

L’opposto della luce non sono le tenebre, che vengono sempre abbinate al male. Se si abbinano le tenebre al male si fa rientrare la luce nella dualità del mondo fenomenico. La Luce, invece, contiene i due aspetti del buio, perché il buio c’è solo quando c’è la luce. Allora se il buio e la luce sono nella dualità nessuno dei due rappresenta l’Unicità. Quando all’interno dell’Assoluto, la natura della Creazione è sopita… nel dormire non si ha né io né me, né luce né buio, né uomo né donna, non si è niente. La memoria ha lasciato il segno di ciò che è.
Non ci sono le tenebre nel sonno e non c’è luce, non c’è bene né male, non c’è dualità nel sonno senza sogni. Non c’è dualità, allora è lecito sospettare che le due parole, conseguenti alla dualità, non siano corrette. Se sono nella dualità non sono corrette per “l’Oltre le parti”. Quindi attendiamo di poter individuare la luce. Al posto della luce, le tenebre. Mai fu fatto servizio migliore per conoscere la luce di quello fatto dalle tenebre.
Il desiderio della luce potrebbe essere spasmodico, ma in fondo è la tenebra che te ne fa comprendere la bellezza e l’importanza. Ma l’equilibrio? L’equilibrio è uguale. Sole, tenebre. L’equilibrio è uguale e poi ne parleremo, però per logica… è duale.
Troviamo i termini non duali. Nel punto di equilibrio cosa importa se è buio o luce, è la limitazione della dualità! Cosa si desidera di più? Mah!

NOTE:

(1) ^ Danilo Speranza. Il Settimo Saggio. Capitolo 4, versetto 44.