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Sul Metodo Opportuno per la Libertà

Maria Di Nardo

Nell’articolo “Sulle regole” ho scritto: “Le regole sono soggette a essere “sregolate”. Devono essere sregolate perché, se fossero rigide, implicherebbero un calcolo rigido nel percorso di chi fa ricerca”.
Parliamo della natura di queste 30 “regole non regole”, in particolare di quella che dice: “Approfondire il Metodo Opportuno, per avere la certezza di insegnare ciò che si conosce perfettamente”. Puoi insegnare una cosa solo quando la conosci perfettamente, ma per conoscerla perfettamente devi averla sperimentata.
Nessuna teoria “a parole” conforta; non si apprende una regola tramite qualcuno, né attraverso uno scritto. Non c’è nessun conforto in leggi, regole o parole. L’unica soluzione è usare il Metodo Opportuno, ottenere dei risultati e poterli trasferire.
Una regola si conosce perfettamente solo dopo aver usato il Metodo Opportuno. Qualsiasi scoperta scientifica deve essere verificata da più laboratori, ripercorrendo le fasi del “metodo opportuno” che hanno portato al buon esito dell’esperimento.
Una scoperta, come qualunque altra cosa si faccia nella vita, può essere trasferita solo quando si ha la certezza, dopo aver usato il Metodo Opportuno, della sua validità. Un esperimento è valido quando diventa realtà visibile perché viene ripetuto, ma può essere ripetuto solo se è supportato dal Metodo Opportuno. Senza il Metodo Opportuno, che permette la verifica dell’esperimento, come si fa a dire se è giusto?

Abbiamo messo insieme una serie di teorie e abbiamo “proposto” che andassero a buon fine usando, o sperando di usare, il Metodo Opportuno. Ma un “esperimento” è valido solo quando giunge a termine.
La teoria è una gran bella cosa: entusiasma, fornisce incentivi e determinazione, ma non basta. Teorizziamo che l’insieme degli scienziati in un “laboratorio sperimentale” riesca, per somma, ad attuare nel miglior modo il Metodo Opportuno. Se una ricerca non viene portata a termine, non “conforta” l’esperimento e quest’ultimo non è ripetibile. Ma se va in porto, l’esperimento può essere ripetuto sempre, in quanto è stato acquisito il Metodo Opportuno e, quindi, i principi, le leggi… le regole? Le regole mantengono la libertà.
Ti piace l’esperimento? “Sì!” Allora datti da fare! Non ti piace? Vai a fare qualcos’altro! Ecco la libertà!
A volte ci si danno regole proprio dove si sa di avere dei punti deboli. Molte regole sono “puntelli”. Chiaramente, noi “puntelliamo” dove ci rendiamo conto di poter cedere. Il puntello è momentaneo; è un darsi una regola che sostiene, in un determinato momento, una situazione di debolezza. Ma se si puntella troppo, si mantiene il punto debole.
A volte per aiutare una persona, non bisogna sorreggerla del tutto: è meglio aiutarla e non aiutarla, altrimenti sei tu che puntelli al posto suo. Se un muro che potrebbe cedere deve sopportare una spinta, è necessario puntellarlo nelle parti pericolanti, ma una volta rinforzato il sostegno va tolto. È giusto “ristrutturarsi” nelle parti più deboli, ma solo momentaneamente.
Non serve fare soltanto la strategia del puntello, l’importante è attuarne anche una di fortificazione. È un errore sostenere sempre un essere, bisogna aiutarlo a rinforzare le parti deboli così, quando ci si ritira, non cede. In caso contrario lo si manterrebbe nella sua debolezza.
Ogni volta che sosteniamo un amico, lo rendiamo debole. A un certo punto si deve avere il coraggio di dire: “adesso pedala tu!”. Se sei in tandem con un amico più debole, tu pedali di più e lui resta debole. Allora ogni tanto fingi di pedalare, così lo costringi a un impegno maggiore e lo aiuti a fortificarsi.
Ogni essere trova delle strategie per puntellarsi, crea delle strutture. Però, se si struttura con identità fasulle rispetto alla sua, alla fine sta male e si fa male. Meglio non giocare con se stessi organizzando situazioni di stabilità troppo difformi dalla propria natura.
Imponendosi una regola, in quanto in un certo aspetto di sé ci si sente fragili, si può creare una frattura nella personalità. La regola infatti è una rigidità in quella debolezza che prima o poi produce, proprio a causa della rigidità, una rottura.
Nelle religioni e nelle ideologie spesso vengono imposte regole dure. Ciò va contro la natura dell’essere, che è un’altra. Le regole dettate dall’esterno creano una rigidità nell’individuo assoggettato, generando una spaccatura interiore che può sfociare nel “peggio”.
La “regola migliore” è concepire la regola stessa non come rigido obbligo, ma come momentanea necessità finalizzata a un ottenimento. L’ottenimento è sempre e solo la Coscienza, non è un’imposizione fine a se stessa che obbliga a essere in un certo modo.
Per dominare e gestire gli esseri, tutte le ideologie e le religioni hanno dettato comandamenti e regole, ossia l’esatto opposto dell’elasticità e della flessibilità. L’umanità non va irregimentata, schematizzata e obbligata creando una struttura mentale rigida che poi provoca spaccature nella vita. Le fratture avvengono sempre nei punti più rigidi.
L’abete, che svetta verso il cielo, quando tira il vento si spezza, mentre il salice piangente si piega, è elastico, oscilla da una parte e dall’altra. Le regole rigide hanno distrutto e fatto soffrire intere comunità e popoli (lo fanno tutt’ora), prevaricando la naturale condizione di elasticità degli esseri umani. Ogni individuo deve poter vivere in un clima di morbidezza, di elasticità, di cambiamento, di accettazione, di mutazione, non va inquadrato con una regola inumana.
Le menti malate creano le regole più inumane, in quanto possiedono la stessa (se non peggiore) rigidità di chi ha iniziato a imporle. I poteri che oggi mostrano di più la loro natura malsana, sono proprio quei regimi dove le norme, essendo particolarmente dure, vanno contro la naturale tendenza della popolazione alla libertà. La libertà si limita con la regola della rigidità e si dona con la regola della crescita della coscienza. O la regola diventa una crescita di coscienza oppure è fasulla. Ma dato che il potere deve gestire le coscienze, la rigidità delle regole aumenta, così diminuisce la libertà.
La libertà nasce dalla consapevolezza della Creazione effettuata dall’Assoluto per Amore. La regola della libertà con l’Energia dell’Amore va bene sempre; se invece nella regola della libertà usi l’ottusità della mente, la regola assume la configurazione psichica di chi la formula o la interpreta con la propria mente. La regola dell’interpretazione mentale, la libertà della mente, è limitata a come ognuno la pensa, a come considera le cose. Il fondamento perfetto è la Natura della Creazione, che è per Amore. Questo vale per chi lo capisce, poi per chi lo comprende, poi per chi è evoluto abbastanza, poi per chi non lo usa come parola, ma lo vive dentro.
Pronunciare la parola “amore” è facile, ma questa sottile sensazione viene prevaricata dal pensiero. La libertà è grande, più è grande la libertà, più è facile l’errore, più è giusto cercare. Come può l’amore essere soverchiato dal pensiero? Ciò accade perché molte persone, pur vivendo l’amore, hanno una struttura mentale difensiva, o rigida, o soggiogata dalla religione o dall’ideologia; una struttura mentale voluta da un ambiente, da una zona del mondo, da una cultura. A quel punto la vastità dei collegamenti rende l’identità mentale soverchiante, ed è molto difficile riuscire a sentire il sottile senso di Amore Universale che potrebbe pervaderci perché si è troppo invischiati in collegamenti mentali che prevaricano e ottenebrano.
Se ti senti nel cuore e vuoi parlare a chi è preda della mente, troverai un muro impenetrabile impastato di frasi fatte, slogan e parole non sue che usa per respingerti o aggredirti. Farà finta di ascoltarti, a volte accetterà le tue parole, ma poi la sua libertà sarà più forte, modificherà nella sua mente (con tutte le interazioni) ciò che gli hai detto e risponderà: “Ho capito, però…”. Appena dice “però” è finita, se dice “cioè” è peggio, se dice “ma” è bene fuggire.
La mente, tuttavia, non è solo caos. Non lo è se è centrata con l’intelletto. In quel caso non si può dire: “Sono nel mare mosso, le onde mi spostano il timone”, perché il timone tende a centrare la rotta. Sei tu che lo muovi, ma bisogna vedere quale “mare” stai affrontando. Non puoi reggere il timone solo con la forza, devi accompagnare le onde nella rotta. La forza che adoperi per farlo è la tendenza alla centratura. Il caos, dovuto alle onde, non è “caos” ma la regola contro il caos.
Hai mai guidato una barca? Il modo in cui tieni la rotta dipende dalle onde che incontri. Se sai stare al timone ti rendi conto, dal modo in cui arriva l’onda, di come tende a spostarsi e ti opponi allo “scarroccio” (un movimento troppo caotico). La mente, bene o male, si oppone al caos perché tende alla centratura. Opporsi al caos vuol dire non sottostarvi più, anche se il movimento con il quale procedi potrebbe sembrare strano. Dipende da come ti portano le onde: ti puoi muovere in maniera ondulatoria, sussultoria (come nel terremoto), deviata da ventate e cavalloni. La controtendenza che opponi attraverso la forza con cui tieni il timone nella direzione stabilita è la tendenza alla centratura.
Si può dire che la pressione esercitata con la mente serve a centrarsi nel caos, quindi non è caos. Più sei sensibile col timone e più la barca procede bene in una “somma” tendente a una rotta precisa. Se la barca arriva al porto, quello che è stato l’apparente caos mentale si è risolto nel giungere alla meta, anche se non “dritto per dritto”.
A volte, per paura, preoccupazione o agitazione, costruiamo con la mente anche le onde. Pensiamo: “E se mi si ribalta la barca? E se troviamo una secca? E se il fiume ha trascinato troppi detriti?” Ci si fanno molte domande nel momento di rientrare! Ma quando si è in mare, sta arrivando la bufera, si deve rientrare e si vedono gli altri che vanno a sbattere sul molo, non ci si possono porre tutti quei problemi. Se si ha una mira le onde, il caos, le ventate vanno a volte assecondate, a volte contrastate per arrivare alla meta.
Non si può dire che la mente sia solo caos, perché si può mettere nella posizione di gestirlo con flessibilità. La rigidità non è funzionale e sia il pilota che il computer di bordo, di volta in volta, devono essere in grado di correggere la rotta. La flessibilità si può ottenere anche con una regola. Con il continuo apparente variare della direzione e della forza da usare sul timone, il pilota corregge la rotta istintivamente, mentre il computer di bordo usa una regola matematica. Ciò vuol dire che la mente non è solo succube del caos, ma quando reagisce può essere una regola bella e potente, spesso migliore del computer.
Gli eventi che ci disturbano non vanno evitati: la cosa migliore, a volte, è assecondarli e poi correggere la rotta. Purtroppo, le menti e i cervelli rigidi non sanno assecondare, e spezzano il timone. La rigidità spezza la vita, frantuma l’esistenza, quindi attenzione, la regola non va intesa come qualcosa di inflessibile. La natura dell’essere non è rigida. I poteri che vogliono gestire l’umanità, devono creare un sistema inflessibile, prevaricante e obbligatorio. Per i regimi dittatoriali non può esistere la libertà, che viene limitata con la scusa del disordine e con la paura dell’anarchia. L’anarchia è un estremo voluto dal potere stesso, così poi si possono usare regole spietate per combatterla.
Giocando sulla parola mente, quindi, non possiamo darle solo l’aspetto, il significato, il valore del caos. Infatti, visto che può tendere alla centratura, dobbiamo riconoscerle anche quello della morbidezza e della capacità di gestire la propria vita. Una volta imparato a entrare nel molo, con il vento di “traverso” non si sbaglia più. Chi va dritto, prende il molo. Attenti alla parola “regola”! È subdola.
La regola eterna… ci è stato raccontato che è fondamentale non confondere l’eterno con il non eterno, e il non eterno con l’eterno, ma tutti vivono del non eterno. In un mondo di questo tipo di cosa si vive? Del non eterno! A nessuno importa dell’eterno e si pensa che, seppure esiste, sarà dopo la morte. La Natura dell’Assoluto pervade tutto, quindi tutti La possediamo, è Eterna. Comportarsi secondo questa concezione, è comportarsi con le 30 (più o meno, è uguale) regole. Il problema è farle comprendere a varie menti, a esseri diversi. Siamo tutti diversi, quindi, il Metodo Opportuno sarà diverso.
“Non confondere l’eterno con il non eterno”, questa è la regola dell’eterno. Provate a raccontare agli esseri che le cose di cui vivono sono tutte non eterne. Cosa vuol dire “eterno” nel tempo che non c’è? È un problema spiegarlo. La Coscienza dell’Assoluto o La conquisti e ti sorridi, oppure non La conquisti e ridi in maniera amara, sopravvivi e muori dopo aver vissuto una consapevolezza e una continuità di cose non eterne. Ma gli esseri non lo comprendono, e soffrono per insulse illusioni. Se chiedete a qualcuno “di cosa vivi?”, ti risponderà “di fatica!”. Se poi provi a raccontargli della regola eterna, della bellezza della nostra eternità, ti risponde con i propri bisogni egoistici. Non ho mai sentito qualcuno dire “che bello, vivo per la Natura di Dio e sono felice. Nella vita non mi manca più niente, ho tutto!”. Credo che prima di tutto ci voglia un po’ di Dio dentro. Se non Lo senti, cercalo!
Quanti di voi hanno fede in Dio? Certo sareste felici di ogni cosa. Quanti di voi hanno fede in Dio! Chi ha fede in Dio non è mai infelice, non piange mai e sorride sempre (o quasi). Non si dovrebbe “aver fede”, come posizione mentale. Hai mai visto Dio con la mente e i sensi che usa? Credi nell’Assoluto perché te ne parlano? Di certo non l’hai mai visto, però hai come una sensazione… è sano chi non ha mai visto Dio e ci crede. Aver fede è credere senza aver visto. Se qualcuno dicesse di aver visto quello in cui la gente crede senza aver visto sarebbe considerato un pazzo. Sapete perché? Perché crederebbe a quello in cui gli altri possono solo avere fede, CREDEREBBE E BASTA. Questo Credo e la follia di aver Visto può averli vissuti illusoriamente, ecco perché la sua vita sarebbe pervasa da un divertente sorriso e saprebbe andare avanti, comunque vada… ma il valore di chi crede senza vedere è molto “grande”.
Ci credete davvero, oppure un po’ sì e un po’ no? Se vi colpiscono degli eventi negativi cominciate a vacillare? DUBITATE? Vi preoccupate di come debba essere la vostra vita? Cosa vi importa se credete? Cosa cambia? Se siete eterni è uguale. O NO.
Quando se la prendono con voi, quando vi succede il peggio, quando vi ammalate, quando va tutto storto… è allora che dovete credere! Invece basta poco per farvi vacillare, farvi piangere, soffrire…

Conquistate dentro! È una conquista che potete fare solo voi e nessun altro. Dovete rompere tutti gli schemi delle limitazioni per andare a cercare dentro. Ho provato, con le trenta regole, a fare una somma che fosse, più o meno, un’indicazione, un indirizzo. Un “primitivo”, o una “bestia”, o un “relitto umano” può trovare, nelle regole, l’archetipo del proprio processo evolutivo. Può trovare un obiettivo, perché è un indirizzo universale che raccoglie tutti gli insegnamenti d’amore, di elasticità, di flessibilità e di opportunità. Se la natura del suo stare male è rigida, se è sottoposto a uno schema o a una struttura che lo soffoca, potrà trovare una via di uscita acquisendo elasticità, flessibilità e morbidezza. L’evoluzione è molto flessibile, è elastica, libera, propone innumerevoli strade, poi ne sceglie una, poi un’altra e poi un’altra ancora. Da un “mucchietto” di stringhe, tutta questa massa di esseri diversi e mortali… Un ” mucchietto” di stringhe… di energie… sparpagliato per la diversità. Che bello! Sparpagliato per la diversità e l’ottusità di certa umanità deviata dal potere. A cosa obbliga tale deviazione? Alla LIMITAZIONE della DIVERSITÀ. Se siamo eterni, cosa importa? Un mondo vale un altro, il cambiamento evolutivo è sempre alla Porta.