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Sulla Memoria

Alcune ricerche sulle lingue antiche hanno messo in evidenza le diverse “mappature” cerebrali del linguaggio e del suo sviluppo nel pensiero. Queste diversità hanno determinato differenze nell’intendere la realtà e, pertanto, un diverso percorso filosofico-religioso.
Consideriamo, ad esempio, la frase: “prendiamo a martellate un chiodo” ed esprimiamo lo stesso concetto in quest’altro modo: “prendiamo un martello e con il martello colpiamo il chiodo”. Nel secondo caso non è possibile saltare un evento e, nell’analisi corretta dell’azione (con l’atto di prendere il martello), va specificato tutto. È un linguaggio diverso, che può creare pensieri filosofici completamente differenti.
Sono ricerche agli albori. Attraverso anni di approfondimenti e lezioni abbiamo cercato di organizzare collegamenti tra più lingue. Con il lavoro su Patañjali in cinque lingue, le parole sanscrite sono state ricondotte a valori consoni a una “mappatura” occidentale del cervello, diversa da quella orientale. Chi ha fatto, o sta facendo, questo studio, si collega intuitivamente al percorso evolutivo dell’umanità e legge con estrema “intuitività” queste parole inutili.

Ricordare non è “mappare”. La memoria è qualcosa di assolutamente trascurabile (per il percorso interiore), non è un insieme di cassetti da aprire e usare. Questo è uno degli errori più superficiali che si possano commettere.
Tu sei ciò che sei, non quanto hai messo in memoria. Quello che hai messo in memoria sembra più evidente, ma non sei tu. Ciò che non hai messo in memoria e si è spalmato nel tuo essere ed esistere, quello sei tu. Quanto conservi nel ricordo è il manifesto del film da attaccare per strada. Tu sei il film, non il manifesto. Ogni rappresentazione teatrale è unica e irripetibile, non ce ne saranno mai due identiche, anche se i manifesti rimangono uguali.
I manifesti che stampano le compagnie teatrali sono gli stessi per tutte le rappresentazioni, ma ogni spettacolo è diverso dagli altri: la prima volta un attore si è emozionato e ha dimenticato alcune battute, la seconda ha litigato con la moglie, la terza una delle attrici ha lasciato il marito, la quarta una comparsa non è potuta venire perché stava male e ne è venuta un’altra, e così via… Gli attori cambiano continuamente. La memoria è il manifesto stampato all’inizio, sempre uguale. Le rappresentazioni, sempre diverse.
Ciò che custodisci nei ricordi non è il teatro che vivi, sono i manifesti che attacchi intorno a te ogni volta che ti muovi e credi di vivere grazie alla memoria delle cose. Poi li devi ristampare, perché finiscono, e la memoria cambia, cambia il colore e a volte il soggetto del manifesto. Non vi confondete, non siete la memoria.

La tutela della libertà dell’essere è la memoria che scompare… o la memoria che appare?
Perché l’intelletto a volte non riferisce le informazioni?
Perché le nuove condizioni del pensiero, che si acquisiscono di volta in volta, conservano un ricordo mentre ne cancellano un altro?
C’è una strategia dell’intelletto nell’interazione, una strategia che segue prima di tutto l’obbligo della libertà. La somma del sapere non è mai la Talità, Tale e Quale È, altrimenti sarebbe costrizione. Sarebbe una forzatura alla libertà, che diverrebbe condizionata.
Di ogni cosa che accade, una parte diventa memoria mentre un’altra viene nascosta: non l’hai percepita, non ti serviva.
Per quale ragione viene messo in evidenza solo un aspetto di un evento? Perché deve “suonare” per un apprendimento futuro. Anche se sul momento può sembrare un ricordo stupido in realtà non lo è: è la porzione di un mosaico i cui pezzi purtroppo non si sanno ancora mettere insieme, perché è presto. Non si vede il mosaico, solo una scheggia colorata o sformata, che nemmeno interessa. Poi si riuniscono i frammenti senza apparente possibile connessione e ci si accorge che formano un disegno. Un aspetto della memoria costituito di cose apparentemente futili entra a far parte di un disegno più complesso, di cui si vede solo un pezzo e pertanto non si comprende. Questo è il Gioco tra mente e intelletto.

A volte, per andare incontro a un destino che ci spetta, ci dobbiamo ottenebrare e compiere una serie di esperienze che in condizioni normali non faremmo mai. L’intelletto organizza tali esperienze in un’interazione continua e complessa con l’intera rete di coscienza del sistema, sino alla Base. Se dobbiamo passare per una strada dove ci cadrà un vaso in testa (perché è necessario conoscere la nostra risposta a quell’evento) allora, nel momento in cui dovremmo girare a sinistra, l’intelletto ci ottenebra e andiamo a destra.
Tutti si ottenebrano, Realizzati e saggi compresi. È l’interazione complessa dell’universo a obbligarci, e l’obbligo è l’intera coscienza! A quel punto, o ci si arrabbia come delle bestie o, all’estremo opposto, si va dalla signora che ha lasciato cadere il vaso e le si dice: “signora, grazie per i fiori, ma il vaso non era necessario…”
Se il sistema vuole una risposta non c’è niente da fare: l’ottenebramento è totale, perché è obbligatorio vedere quale sarà la reazione in base all’esperimento della libertà della coscienza. È l’apprendimentocoscienza-apprendimento: se per sbadataggine, chissà quando, hai fatto cadere un vaso in testa a qualcuno che ti ha dato una risposta gentile, quell’evento ti ricapiterà e la risposta dovrà essere la stessa, altrimenti ti aspetta un altro vaso. La risposta da dare dipende dalla coscienza acquisita per merito dell’altro. Se hai pensato: “che persona!”, ti sei messo nei guai da solo. Ti sei organizzato per essere in quel modo. È l’apprendimento che ti è stato dato, dimostraci che hai appreso veramente. Certo, sei anche libero di arrabbiarti…
Hai ricevuto un insegnamento “a parole”, ma hai prodotto un dolore “a fatti” quindi ti spettano i fatti. La risposta quale sarà? Quale è stata la migliore risposta che hai ricevuto? Qualcuno che ti ha picchiato? No, qualcuno che ti ha risposto gentilmente, non ti ha fatto preoccupare e non ha sbraitato. Adesso sono problemi tuoi! Hai ricevuto l’insegnamento. Te ne sei dimenticato? Non vuoi reagire allo stesso modo, amorevolmente e civilmente? Allora aspettati un altro vaso. Questo vale anche se non l’hai ricevuta, quella risposta, ma l’hai sperata e la proponi nella tua vita.
Ricordate che avete che fare con la Perfezione della Libertà. La Perfezione della Libertà consiste in un’interazione molto complessa, e dovete dare le risposte appropriate al livello.

Io credo che la condizione migliore sia stare in pace con l’Assoluto alla propria morte. La pace non è tra gli esseri, è quella interiore con l’Assoluto.
Quando “i calcoli” si fanno tra sé e l’Assoluto tutto si aggiusta. Quando si dialoga con gli esseri l’illuminazione è scarsa e irrilevante: è la manifestazione dell’illusione e di tutte le deviazioni possibili. Quando invece si ha un dialogo intimo con l’Assoluto, la deviazione è quasi impossibile perché se si è in buona fede la risposta segue una logica di perfezione. L’Assoluto non si organizza per prenderci in giro, dentro Se stesso e con Se stesso. Si organizza per dare una risposta che sentiamo come un’intuizione interiore: “questo evento è successo per questo motivo, funziona così, apprendi…”.

L’Assoluto è svincolato dal gioco della causa-effetto, con questa consapevolezza si può intuire la condizione concepibile nella dualità e al di là della dualità: una questione che non è stata ancora sviluppata dalla ricerca filosofica.

Gli eventi all’interno della concatenazione causa-effetto hanno una soluzione che si raccorda perfettamente con l’Assoluto. Tuttavia, l’Assoluto non può essere inserito nel sistema causa-effetto né come Alfa (la Causa prima, la Creazione) né come Omega (l’effetto ultimo, la scomparsa dell’universo) perché nessun evento (quello che accade, “il vaso in testa” e la nostra libertà) può essere riconducibile a un “obbligo” dell’Assoluto. Se Lo ponessimo come causa prima legheremmo la Sua Causa al primo effetto, quindi alla fine, legheremmo a Lui il vaso che ci cade sulla spalla.
“Perché Dio vuole questo?” la fatidica bestemmia, “Perché Dio permette ciò?”, altra bestemmia. “Come può accadere questo in Dio?” altra bestemmia ancora… e così via con tutta la sequenza di frasi, pronunciate da religiosi e non, con cui si considera l’Assoluto come partecipe del sistema causa effetto.
Quindi, svincolando l’Assoluto dalla prima Causa, dall’ultimo effetto e anche da ciò che è in mezzo (gli eventi) troviamo finalmente l’Assoluto libero dal sistema causa effetto, libero dall’alfa-omega e compartecipe in modo diverso, per essere libero anche in ciò che non è creato.
Non possiamo vincolare ciò che non È Creato; Crea forse una cosa che non è creata? L’Increato gestisce l’Increato, crea attraverso l’Increato. L’impermanente è nato dal Permanente. Colui che Permane è l’Assoluto, ma Colui che Permane Crea ciò che Permane, non può creare qualcosa che non permane. A questo dilemma molti saggi hanno cercato di dare risposta sin dall’antichità. Peccato fossero saggi e non folli, solo la follia è la saggezza dell’OLTRE.

Nei tempi antichi si discuteva molto sul dover “svincolare” (liberare, separare). Non trovando quanto andava svincolato nacque la Vacuità della Vacuità… La non esistenza di Dio?
In realtà gli orientali, “sconfortati” per la mancata presenza di un Essere, dovettero teorizzare il non-essere e usarono, errando, un linguaggio limitato a una mappatura che non permetteva l’Oltre. Utilizzarono termini che non consentivano la comprensione filosofico-religiosa dell’Oltre e pertanto impedivano la comprensione reale del Non-Essere come contenitore dell’essere. Ottenebrarono, così, l’idea dell’Assoluto come Realtà oltre l’Essere e il Non Essere.
Ma questa è una logica ancora all’interno della dualità, il proposito è riuscire a capire oltre la dualità. Chi non permette che esistano dicotomie nella mente si ritrova con ciò che proviene dal Nulla.
Il Nulla è un concetto della dualità, pertanto non contiene l’Assoluto se non in quanto Ne è un infinitesimo. La pentola vuota, la pentola piena, dentro la pentola non c’è nulla: questo è l’errore che si costruisce con il tempo. Con la coscienza, invece, possiamo dire che nella pentola non c’è nulla, ma ci abbiamo preparato cinquemila minestroni, cinquemila universi… noi, che siamo esseri infinitesimali… pensa l’Assoluto che, nella Sua pentola vuota, mette infiniti minestroni, infiniti universi. Il Suo Vuoto, la Sua Vacuità, è piena di infiniti “minestroni” che persero Dio perché Lo volevano ricondurre ad “essere”. LasciateLo Non Essere, È pieno di infiniti… “essere”! Ne vedete una parte quando vi incontrate con gli Altri. Altri… Altri dell’Unico Non Essere. È facile, ma solo per una mente allenata che nelle parole legge attentamente se stessa. Se nelle parole cercate di leggere l’altro, fate un errore. Leggete voi stessi, state tranquilli… prima o poi Lo ritroverete. Dopo che vi sarete trovati… Lo ritroverete! Ritroverete la pentola vuota, pur essendo un microbo dentro un atomo, dentro la pentola di un minestrone infinito.
Da qui vediamo poco, alziamo gli occhi al cielo e vediamo solo le stelle, chissà dove sono… L’evento coscienza non è riconducibile al puntino essere sul puntino mondo, nel puntino galassia, nel puntino universo. L’evento puntino cosciente è riconducibile all’interazione dell’intero universo con il processo evolutivo, che è in interazione con l’immane quantità di universi vissuti in precedenza.
Siamo quello che siamo per tutti gli “spaghetti” che abbiamo mangiato, più tutto il resto: contorni, secondi piatti, acqua, vino, ecc.
Adesso, fisicamente, siamo tutto questo… e non vogliamo esserlo in un processo dell’Eterno? Lui è Eterno, e tu? Anch’io lo sono, nelle varie forme e nei vari minestroni.
Cosa resta alla fine di ogni universo? Un’immane quantità di bit, stranamente messi in fila (buco nero) in una Porta spazio temporale, chiamata la “porta cosciente terminale”. Dove “porta” la Porta? Dove la coscienza continua il suo percorso.
La reincarnazione è una barzelletta per “bimbi” che devono dare valore, in modo graduale, a un processo di coscienza che mai inizia e mai termina.
Gli eventi all’interno di un sistema, qualunque essi siano, sono mezzi di apprendimento. Apparentemente assumono gli aspetti delle diverse coscienze; ogni coscienza gli dà un valore; ogni libertà determina il tipo di valore. Detto questo, si mostra la meraviglia della Libertà dell’Assoluto… la libertà di noi infinitesimi che, per somma adeguata, dovremmo essere in una quantità consona al Produttore. Visto che il Produttore è Infinito, la quantità dei punti di coscienza infinitesimale deve essere logicamente infinita.
Non è permesso limitare la Natura dell’Assoluto a una creazione. Sarebbe come chiedere a un falegname “vorrei un mobile a quattro ante…”, e sentirsi rispondere “sì, però ti do solo un atomo di legno, il mobile immaginalo!”
Il falegname, attraverso le sue capacità, costruisce il mobile con un’enorme quantità di molecole. L’Assoluto costruisce la Sua coscienza, con cosa? Di certo non con pochi esseri su una “pallina” universo. L’Assoluto costruisce la Libertà della Sua Coscienza in infiniti universi, ogni volta rappresentiamo il percorso che abbiamo fatto in mezzo a quegli infiniti universi. E per la legge delle probabilità ci rincontreremo tutti, ciascuno con quello che ha prodotto, come coscienza, con la sua libertà. Chi ricorda. Chi scorda, ed è meglio, e comunque procede. Per ricordare bisogna avere una necessaria condizione: essere sempre inalterabili. Altrimenti si perderebbe la propria libertà e la si farebbe perdere anche agli altri. Non si può. È meglio procedere in maniera graduale, in caso contrario ci si arrecherebbe danno.
Molte volte ci si fa male per non aver compreso la risposta di colui che ci ha riportato i fiori. Avendo dimenticato la sua gentilezza e il suo sorriso ci viene voglia di prendere il vaso e tirarlo in testa alla signora che lo ha lasciato cadere.

La saggezza è leggera come il vento e pesante come una montagna. Se la sai vivere, è leggera come il vento ma il vento, quando tira, sgretola anche le montagne. Se non la sai vivere, è pesante come una montagna e ti schiaccia. Ci vuole sempre la giusta dose di consapevolezza tra l’essere il vento e l’essere la montagna, altrimenti ci si trova a “disagio”. Per svincolarsi dalla pressione del monte, a volte lo si tira addosso agli altri perché, se c’è un peso che schiaccia, viene voglia di levarselo dalla schiena e caricarlo su quella altrui. Se il vento soffia tenue e ci si sente leggeri, viene voglia di averlo alle spalle per correre più facilmente, più velocemente. Altre volte prende la “foga” di dire: “andiamo controvento, ancora di più, ancora di più…” finché una folata ci ferma mentre stiamo facendo il massimo sforzo.
Gli eventi, nella vita, sono questi, ma con il vento e la montagna sulle spalle, a volte ci si stanca. Però c’è un vantaggio: la montagna pesa e rende più stabili i passi. Quando le raffiche sono violente non viene voglia di portare dei pesi, invece conviene avere borse pesanti quando tira un vento fortissimo.
Peggiore di un ladro è il vento degli eventi, porta via tutto, anche la vita. Quindi, bisogna cercare di muoversi astutamente tra il peso da portare e il vento che soffia. Liberarsi è quasi da stupidi, non affrontarlo è da stupidi. Cercate di identificare sempre l’esperienza necessaria all’evoluzione contro l’ottenebramento: girando in una direzione dove non sareste mai andati; frequentando luoghi o persone che non avreste mai frequentato; usando la vostra esistenza, da una parte, con una determinazione, una volontà, e dall’altra (come tutti gli esseri) essendo sudditi della Legge dell’interazione universale.
Se devi andare verso un certo tipo di esperienza, coscienza o necessità del tuo processo evolutivo, stai tranquillo che – anche se volevi girare da un’altra parte – l’intelletto ottenebra la mente: giri e vai verso il “vaso di fiori”, nel senso di tutto ciò che accade nella vita. Poi ti chiedi: “Ma come mai sono passato da quella parte? Dovevo andare dall’altra!” Cosa ci vuoi fare? Se ti metti a completa disposizione degli eventi e della natura degli eventi, essi vanno come meglio è concertato. L’ottenebramento giunge, e può accadere per qualsiasi motivo: una caduta, un tumore, il diabete, un collasso, un infarto, una strada sbagliata, un errore mentale… Non è “errore”, non c’è l’errore, c’è l’obbligo della sperimentazione. Non c’è niente da fare, foglie al vento… ma attenzione: l’errore si tramuta in un “orrore” per chi non ha coscienza.
Gli eventi, se sai vederli continuamente, sono il tentativo di ricordarti dove vai. L’errore, se così può chiamarsi, all’interno del sistema è solamente l’uso di se stessi a un livello inferiore al proprio, sempre che non sia stato l’ottenebramento a produrre quella determinata risposta. È difficile identificare l’ottenebramento e la risposta errata. L’ottenebramento non è una risposta errata, è un pegno del passato. La risposta errata è la consapevolezza di saper reagire in maniera più elevata, più profonda e, determinatamente, non farlo. Cioè sapere che la risposta giusta sarebbe portare i fiori alla signora, rassicurandola con un sorriso e invece poi… salire le scale e prenderla a pugni. È la reazione a un livello inferiore il problema, ma deve essere cosciente, cioè la coscienza deve essere capace di dire: “dovevo rispondere in un altro modo”.

La creazione si chiama “Impermanente” (anche se Permane nella ripetitività dell’Assoluto), Permane solo l’Assoluto Non Creato. La creazione si chiama “Impermanente” perché lì è la legge di causa-effetto. Nella creazione bisogna sostituire il “tempo” con la “coscienza”. È la coscienza che crea il tempo, pur se composta da particelle senza tempo.
La parola “abbandono” è stata considerata in maniera erronea e ha prodotto non pochi problemi in chi faceva ricerca. Esso deve essere proporzionato a quella natura più sottile che cambia il valore del termine “abbandono”, e diventa la simultaneità della Talità di chi siamo, con la simultaneità della Talità del sasso che ci fa inciampare. Se c’è la coscienza della Talità, l’”abbandono” non è più un valore-parola.
L’abbandono di chi è cosciente è un errore, perché c’è la consapevolezza dell'”io”, del “mio” e della separazione: ci si abbandona, si inciampa e si sbatte la faccia. Ma se la parola “abbandono” sfocia nell’identità con la Talità, allora l’Abbandono deve essere considerato in forma diversa: la Talità di ciò che siamo. Quando si incontra il sasso, ossia la Talità del sasso, dell’evento che ci deve far inciampare, a quel punto la miglior reazione si avrà per Abbandono alla Talità, perché si è appresa coscientemente la Natura delle Cose, Tale Quale È. Essendo Tale Quale È la Natura delle Cose, l’apprendimento è terminato: non si inciampa. Si vive l’Abbandono che non fa inciampare. Se invece l’abbandono è quello dello stolto, che si abbandona mantenendo la sua stupidità, la sua mancanza di identificazione con la Natura delle Cose e la Verità, a quel punto inciampa l'”io”. L'”io” ha un volto, quel volto sbatte il “muso”. Ecco la differenza tra l’Abbandono per Talità e l’abbandono mantenendo un “io”.
Un giorno un carrettiere diede un passaggio a un ubriaco. Scordandosi di avere un carretto senza sponde correva nella campagna, prese una curva e l’ubriaco cadde. Ma avendo l’ubriaco perso ogni identità andò giù senza identità, rotolando come Talità e non si fece assolutamente nulla per la morbidezza con cui atterrò. Il carrettiere se ne accorse e pensò: “Anche gli ubriachi cadono e non si fanno niente” e un giorno, portando un amico nel pieno possesso delle sue facoltà, per fargli uno scherzo prese la curva nello stesso modo. Ma il suo amico nel rotolare si irrigidì per paura di farsi male e, nella sua rigidità, si ruppe un gomito e una gamba. Non è stato forse, in quel caso, l’io ad arrecare danno all’amico cosciente e il non io a salvare l’ubriacone?
È difficile fare teorie, se non con esempi che sembra raccontino, ma non è vero. Bisogna intuire, tra i vari esempi, qual è l’identità che inciampa sul sasso e sbatte a terra col volto che assume, con il suo io: l’amico del carrettiere, che si irrigidisce per paura e si rompe; l’ubriacone che, non avendo nessuna identità, cade senza subire danni (il morto non si fa male e quindi non si fece nulla); o colui che, Talità, Tale e Quale È, non si ferisce per il merito della coscienza acquisita.
Si diceva dei Realizzati nel passato: percorrono, scalzi, tra rovi e sassi, il bosco e nessuna spina li graffia, nessun sasso taglia loro i piedi. Detto ciò chi beve uccidendosi dirà: “avevo ragione, è meglio essere alcolizzati”. Meno male che, da stolti, non leggono queste parole. Sono tre modi di apprendere. L’esatta dizione è: tre infiniti modi di apprendere. Se per ogni essere di questo sistema c’è un modo di apprendere, in un solo evento, per gli infiniti esseri saranno tre infiniti modi di apprendere. Ognuno si preoccupa e si rammarica del suo “unico modo”. Sta lì a smaniare per “quattro” apprendimenti all’interno di due parentesi, chiamate vita e morte, che alla fine si sovrappongono lasciando uno spazio al centro così piccolo che, giustappunto, ci metti un puntino. Il tempo cancella il puntino, le parentesi scompaiono, sparisce anche il teatro e i personaggi non ci sono più, se non nella memoria presa dal Nulla. È interessante questo Nulla come dolore e tormento, con una montagna sulle spalle e controvento è naturale preoccuparsi! Di bello e meraviglioso c’è solo l’Ultima Identità, prima della scomparsa della parola stessa. E qui ci fermiamo, vi ho detto tutto. Una goccia del mare? Ognuno vive se stesso. Cari lettori, nerbo della futura coscienza…